Il Webbolario per Italia nel futuro

Inizia il prossimo mercoledì 4 Marzo il mio corso di Web Design per l’anno accademico 25-26 all’Accademia di Belle Arti di Roma e dunque quale miglior occasione per sottoporre le video-pillole di conoscenza di Italia nel Futuro in tema Web e e comunicazione digitale?

Ispirata dal mio Abbecedario la IF Academy di Italia nel Futuro (think-tank su questioni strategiche in connessione con le tematiche ‘digitali’) mi ha chiesto di produrre settimanalmente il mio punto di vista sull’evoluzione (ma a volte involuzione) della tematica digitale.

Di seguito, aggiornata via-via con i nuovi interventi fino all’ultima letterina Z la playlist del webbolario.

La prima lettera, la prima parola, il primo passo dentro il “Webbolario, il vocabolario del web secondo il prof. Bisenzi“, il nuovo format ideato da If – Academy grazie al supporto generoso e prezioso del prof. Enrico Bisenzi per raccontare, settimana dopo settimana, il significato (vero) delle parole che abitano il mondo digitale. In questo episodio, si parte da uno dei termini più abusati e meno compresi della cultura del web: Analytics. Dati, grafici, KPI, dashboard… ma dietro ai numeri ci sono le persone, le scelte, le emozioni. Il Prof. Bisenzi ci accompagna in un viaggio che va oltre la tecnica e restituisce all’analisi dei dati la sua dimensione più umana: capire per comunicare, misurare per migliorare, leggere per comprendere.

B“, come Browser.
Una parola che pronunciamo tutti i giorni, spesso distrattamente, mentre apriamo una nuova scheda senza chiederci mai davvero dove ci stiamo affacciando.

Il browser è la finestra sul web, il nostro telescopio digitale, ma anche, volendo guardare meglio, uno specchio.
È ciò che traduce il linguaggio delle macchine in qualcosa che possiamo capire, cliccare, amare o fraintendere.
Chrome, Safari, Firefox, Edge: nomi che suonano familiari, quasi rassicuranti, eppure dentro ciascuno di essi si nasconde un mondo complesso fatto di protocolli, tracciamenti, algoritmi e piccoli automatismi che decidono, spesso al posto nostro, cosa vediamo prima e cosa non vediamo affatto.

🔍 Ma un browser non è solo un programma. È una lente cognitiva, una soglia tra noi e la rete.
È il punto in cui la curiosità incontra il controllo, dove la libertà di navigare si intreccia con la discreta presenza dell’algoritmo.
Ogni clic è un gesto, ingenuo o consapevole, che lascia tracce, cookie, percorsi.
E ogni finestra aperta è, in fondo, una domanda che rivolgiamo al mondo digitale: dove mi porterai, questa volta?

🧭 Il prof. Bisenzi lo definisce “la memoria operativa del nostro pensiero online”:
un luogo dove la conoscenza si mescola all’abitudine, dove la velocità diventa valore e l’attesa un lusso.
Capire il browser non significa solo saperlo usare, ma riconoscere il potere che esercita nel disegnare la nostra esperienza del web.
Perché, nel bene e nel male, il browser è il regista silenzioso della nostra vita digitale: decide tempi, percorsi, perfino desideri di navigazione.

C, come Cross Cultural.
Una parola che apre mondi, che parla di incontri (e scontri) tra culture, linguaggi e sensibilità nel grande spazio condiviso del web.

Nel digitale, ogni messaggio attraversa confini invisibili: quelli delle lingue, dei simboli, dei valori. Comunicare online significa anche saper tradurre — non solo parole, ma contesti, riferimenti, modi di pensare.
E il Cross Cultural diventa così un’arte sottile: quella di costruire ponti invece di barriere, di cercare un senso comune senza cancellare le differenze.

🌐 Il prof. Bisenzi ci guida in una riflessione che unisce tecnologia e umanità, ricordandoci che la rete non è solo un luogo globale, ma un mosaico di identità locali.
Capire il “cross cultural” vuol dire imparare a navigare tra culture con empatia e intelligenza critica — perché nel web, come nella vita, comunicare davvero è sempre un atto di ascolto.

“D”, come Design — una lettera che nel digitale non riguarda soltanto l’estetica, ma il modo in cui le idee prendono forma e diventano esperienze.

Nel web, il Design è molto più di colori armoniosi e layout accattivanti: è la scienza (e l’arte) di rendere semplice ciò che potrebbe essere complesso, di rendere intuitivo ciò che potrebbe confondere. È la capacità di dare ordine al caos, di guidare lo sguardo e accompagnare l’utente senza farlo smarrire.

🎨 Il prof. Bisenzi ci porta dentro questa dimensione progettuale che unisce psicologia, tecnologia e creatività, ricordandoci che ogni scelta visiva racconta un’intenzione e ogni dettaglio è un messaggio. Perché nel digitale, come nella vita, il modo in cui presentiamo le cose influenza profondamente il modo in cui vengono comprese.

🧭 Capire il “Design” significa comprendere che ogni interfaccia è una conversazione: tra chi crea e chi naviga, tra bisogni e soluzioni, tra funzionalità e bellezza. Un equilibrio delicato che, quando ben calibrato, rende il web un luogo più accogliente, umano e accessibile.

“E”, come Errore di stampa — un’espressione che, nel digitale, è molto più di una semplice svista tipografica.

Nel web, l’errore di stampa non è solo un refuso: è un campanello d’allarme, un piccolo inciampo che può rivelare grandi dinamiche. Rivela la fretta, l’automazione spinta, la distrazione, ma anche la nostra umanità in un mondo che pretenderebbe perfezione. E soprattutto, mostra come il modo in cui comunichiamo online sia fragile, immediato, a volte troppo veloce per lasciare spazio alla cura.

📝 Il prof. Bisenzi ci accompagna in questa riflessione ironica e lucida, spiegando come un semplice errore possa cambiare il significato di un messaggio, alterare la percezione di un brand o aprire spiragli di comicità involontaria. Nel digitale, dove tutto è testo e tutto è istantaneo, anche un dettaglio minuscolo può avere conseguenze sorprendenti.

🔍 Capire l’“Errore di stampa” significa capire il valore della precisione, ma anche abbracciare l’imperfezione: perché ogni refuso è una storia, un imprevisto, un promemoria del fatto che dietro schermi e tastiere ci sono persone in carne e ossa.

F come Fact Checking, una pratica ormai indispensabile per orientarsi nel mare di informazioni che ogni giorno ci travolge.

Nel web, il fact checking non è solo una verifica: è un atto di responsabilità. Significa fermarsi un attimo, respirare e chiedersi se ciò che leggiamo ha davvero fondamenta solide o se è solo l’ennesima verità confezionata a tempo di record. È l’antidoto alla fretta, il contrappeso della viralità, la bussola che ci aiuta a distinguere il dato dal sentito dire.

🧐 Il prof. Bisenzi ci accompagna con il suo consueto mix di ironia e lucidità, mostrando come la verifica dei fatti non sia solo un mestiere da giornalisti, ma una competenza quotidiana per chiunque viva online. Perché nel digitale, dove ogni contenuto può sembrare autorevole per il solo fatto di esistere, saper controllare le fonti è un superpotere.

🌐 Fare fact checking significa capire come nasce un’informazione, come si trasforma mentre corre di share in share, e come – se trascurato – un dettaglio falso possa generare disinformazione, allarmismi o fraintendimenti globali.

G come Graphic Design, la grammatica visiva che dà forma alle idee, veste i contenuti e, spesso, cattura la nostra attenzione ancor prima che iniziamo a leggere.

Nel web, il graphic design non è solo “bella grafica”: è linguaggio, identità, scelta politica e culturale. È il modo in cui un messaggio si presenta al mondo, decide il suo tono, suggerisce emozioni e costruisce fiducia. È ciò che trasforma un semplice testo in un’esperienza, un sito in un luogo, un contenuto in un ricordo.

🎨 Con il suo consueto mix di ironia e chiarezza, il prof. Bisenzi ci accompagna dietro le quinte della comunicazione visiva online: dai font che parlano (a volte troppo), ai colori che persuadono, fino ai layout che guidano – o confondono – i nostri occhi.

🖥️ Il graphic design è ovunque: nei meme che scorrono veloci, nelle interfacce che usiamo ogni giorno, nei post che scegliamo di condividere. Capirlo significa leggere il web con uno sguardo nuovo, più attento e più consapevole.

🌐 Perché, nell’era del digitale, saper interpretare l’immagine è tanto importante quanto saper leggere il testo: è riconoscere ciò che vuole attirare, ciò che vuole convincere, ciò che vuole “vendere” e ciò che semplicemente vuole raccontare.

H come HAL. Un nome che evoca subito intelligenze artificiali, voci calme e decisioni… non sempre rassicuranti. Da 2001: Odissea nello spazio ai chatbot di oggi, HAL è il simbolo perfetto per interrogarsi sul rapporto tra umani e macchine.

🧠 HAL diventa così una lente critica per parlare di affidabilità, bias, allucinazioni dell’IA, decisioni automatiche e del ruolo fondamentale dell’human-in-the-loop. Perché l’intelligenza artificiale non è neutra: riflette dati, scelte, valori e limiti di chi la progetta e la utilizza.

Dal web che ci consiglia cosa leggere, vedere o comprare, fino alle IA che scrivono, disegnano e rispondono al posto nostro: capire HAL significa capire chi sta davvero guidando la navicella.

Un episodio che invita a non spegnere il pensiero critico davanti a una voce gentile e competente.
Perché nel digitale, più che chiedersi “può farlo?”, la domanda giusta resta: “dovrebbe farlo?”.

I come Intelligenze Artificiali. Al plurale, non a caso. Perché dietro una sigla apparentemente unica si nasconde un ecosistema complesso fatto di modelli diversi, approcci differenti, promesse affascinanti e rischi molto concreti.

In questa puntata, il prof. Bisenzi smonta l’idea di un’IA “magica” o onnipotente e ci accompagna dentro ciò che le intelligenze artificiali sono davvero: sistemi statistici, addestrati su enormi quantità di dati, capaci di simulare competenze ma non di comprenderle nel senso umano del termine.

Si parla di linguaggi che sembrano pensare, immagini che sembrano creare, decisioni che sembrano autonome. Ma anche di addestramento, limiti, dipendenze dai dati, errori sistemici e illusioni di oggettività. Perché più l’IA appare intelligente, più diventa facile dimenticare che non lo è.

Dalle IA generative ai sistemi di raccomandazione, dagli assistenti virtuali agli algoritmi che selezionano, filtrano e valutano: capire le intelligenze artificiali significa capire il nuovo ambiente cognitivo in cui viviamo e lavoriamo ogni giorno.

Un episodio che invita a distinguere tra automazione e intelligenza, tra supporto e delega, tra efficienza e responsabilità. Perché la vera competenza digitale oggi non è saper usare l’IA, ma saperle porre i limiti giusti.

J come Junk Content: il contenuto spazzatura che affolla il web, lo intasa e lo rende sempre più rumoroso.

📉Si parla di clickbait, SEO aggressiva, contenuti duplicati, automatizzati o pseudo-informativi. Materiali che sembrano informare ma non spiegano, sembrano raccontare ma non dicono nulla, sembrano utili ma fanno perdere tempo. E che, sommati, contribuiscono a un progressivo impoverimento dell’ecosistema digitale.

Un’attenzione particolare va al ruolo delle intelligenze artificiali nella produzione di junk content: strumenti potenti che possono amplificare la conoscenza, ma anche moltiplicare rumore, riempitivi e finti contenuti, se usati senza competenza e responsabilità.

Il junk content non è solo un problema di qualità, ma di orientamento: rende più difficile trovare ciò che conta, distinguere le fonti affidabili, costruire senso. Perché quando tutto sembra contenuto, niente lo è davvero.

Un episodio che invita a recuperare il valore della cura, dell’intenzionalità e della responsabilità editoriale. Perché nel web di oggi, la vera competenza digitale non è produrre di più, ma produrre meglio e saper riconoscere ciò che è solo spazzatura informativa.

K come Keyword Capitalism: il modello economico-culturale che trasforma le parole chiave in merce e il linguaggio in una leva di sfruttamento dell’attenzione.

Keyword Capitalism è la logica per cui non si scrive (né si produce) per dire qualcosa, ma per posizionarsi. Le keyword diventano il fine, non il mezzo. I contenuti nascono per intercettare ricerche, scalare risultati, presidiare nicchie semantiche — spesso senza reale interesse per chiarezza, profondità o utilità.

In questo sistema, il valore non è dato da ciò che un contenuto spiega o costruisce, ma da quanto traffico genera. Così proliferano testi “ottimizzati” che ripetono parole chiave come mantra, articoli pensati per Google prima che per le persone, pagine infinite che girano attorno a una domanda senza mai rispondervi davvero.

Il risultato è un web pieno di contenuti formalmente corretti, ma sostanzialmente vuoti: sembrano informativi, ma non informano; sembrano autorevoli, ma non assumono responsabilità; sembrano rispondere a un bisogno, ma lo tengono in sospeso per accumulare visualizzazioni.

Le intelligenze artificiali entrano qui come moltiplicatori. Usate senza progetto editoriale, diventano catene di montaggio di keyword content: testi grammaticalmente puliti, semanticamente allineati, ma privi di punto di vista, esperienza, contesto. Il rischio non è l’errore, ma l’irrilevanza seriale. Il Keyword Capitalism non impoverisce solo il web: impoverisce il linguaggio. Riduce le parole a segnali per algoritmi, svuota il discorso di intenzione, sostituisce il senso con la strategia. Quando ogni parola serve a “posizionare”, smette di servire a capire.

Questo episodio invita a un cambio di paradigma: tornare a usare le keyword come strumenti, non come padroni. Scrivere per orientare, non per occupare spazio. Ottimizzare sì, ma senza sacrificare complessità, precisione e responsabilità.

Perché nel Webbolario, la vera competenza digitale non è dominare le parole chiave, ma ridare peso alle parole.

L come Loghi: i simboli visivi che dovrebbero rappresentare identità, valori e visioni, ma che nel web contemporaneo rischiano sempre più spesso di ridursi a segni intercambiabili, riconoscibili ma vuoti.

Il logo nasce come condensato di senso: una forma capace di raccontare una storia, evocare un’appartenenza, rendere visibile un progetto culturale prima ancora che commerciale. Nel digitale, però, la sua funzione si è progressivamente spostata dalla rappresentazione al riconoscimento immediato, dalla costruzione di significato alla semplice identificabilità nello scorrere infinito dei feed.

Minimalismo estremo, geometrie standardizzate, colori “sicuri”, font senza carattere: i loghi si assomigliano sempre di più perché sono progettati per funzionare ovunque e soprattutto sugli algoritmi, non per distinguere davvero. Il risultato è una grammatica visiva piatta, in cui l’identità viene sacrificata alla compatibilità e la memoria all’ottimizzazione.

Nel capitalismo delle piattaforme, il logo diventa un’icona-filtro: deve essere leggibile in pochi pixel, adattabile a ogni contesto, performante in A/B test continui. Ma quando tutto è pensato per non disturbare, nulla resta impresso. Il segno sopravvive, il senso si assottiglia.

Anche qui l’intelligenza artificiale accelera il processo: generazione automatica di loghi, moodboard standard, identità visive “statisticamente efficaci”. Non errori grossolani, ma riproduzioni corrette di ciò che già esiste. Il rischio non è l’inesattezza, ma l’omologazione estetica.

L’episodio invita a ripensare il ruolo dei loghi nel web: non come semplici marchi di riconoscimento, ma come atti di responsabilità simbolica. Un logo non è solo ciò che si vede, ma ciò che resta. E ciò che resta dovrebbe dire qualcosa.

Perché nel Webbolario, saper leggere il digitale significa anche riconoscere quando un segno comunica e quando, invece, si limita a occupare spazio visivo.

M come Motori di ricerca: gli strumenti che più di ogni altro hanno organizzato il web, trasformandolo da spazio caotico di informazioni a territorio navigabile, indicizzato e gerarchizzato.

Nati per aiutare a trovare, i motori di ricerca sono diventati dispositivi di potere cognitivo: decidono cosa è visibile e cosa resta ai margini, cosa emerge e cosa scompare. Non si limitano a rispondere alle domande, ma contribuiscono a costruirle, orientando il modo in cui cerchiamo, pensiamo e conosciamo il mondo.

Algoritmi di ranking, SEO, ottimizzazione dei contenuti: dietro l’apparente neutralità della ricerca si nasconde una mediazione costante, in cui la rilevanza non coincide sempre con la qualità, ma con ciò che è misurabile, compatibile e performante rispetto ai criteri della piattaforma.

Nel capitalismo informazionale, il motore di ricerca non è solo una tecnologia, ma un filtro epistemologico: ciò che non è indicizzato tende a non esistere, ciò che non è ben posizionato perde legittimità. La conoscenza diventa una questione di visibilità.

L’intelligenza artificiale amplifica questa dinamica: ricerca predittiva, risposte generate, sintesi automatiche. Non cerchiamo più soltanto informazioni, ma riceviamo interpretazioni preconfezionate, sempre più vicine a un sapere “servito”, meno esplorabile e meno discutibile.

L’episodio invita a interrogarsi sul ruolo dei motori di ricerca nel web contemporaneo: non solo come strumenti utili, ma come architetture invisibili del senso, che plasmano l’accesso al sapere e il confine tra informazione, opinione e autorità.

N come i No che contano: quelli che non fanno rumore, non producono metriche, non generano traffico, ma disegnano i confini del possibile nel digitale.

Nel web contemporaneo, dire “no” non è solo un atto individuale, ma una scelta strutturale: rifiutare una piattaforma, un modello di business, una logica di ottimizzazione, un uso automatico dell’intelligenza artificiale. Sono no che spesso restano invisibili, perché non sono premiati dagli algoritmi, ma che hanno un peso decisivo sul piano culturale, etico e politico.

In un ecosistema progettato per incentivare l’adesione continua — click, consenso, accettazione, engagement — il “no” diventa una forma di competenza critica. È ciò che interrompe l’automatismo, rallenta il flusso, introduce una frizione nel sistema.

I no che contano sono anche quelli istituzionali e progettuali: il no a soluzioni tecnicamente efficienti ma socialmente problematiche, il no a scorciatoie normative, il no a infrastrutture che concentrano potere invece di distribuirlo. Dire no, in questi casi, significa difendere spazio decisionale, non opporsi al progresso.

L’episodio invita a ripensare il rifiuto non come chiusura, ma come atto generativo: ogni no ben motivato apre un’alternativa, ridisegna una traiettoria, rimette in gioco la responsabilità umana in un ambiente sempre più automatizzato.

Perché nel Webbolario, capire il digitale significa anche sapere quando non accettarlo così com’è.

O come oblio digitale: un concetto che interroga il rapporto tra memoria, identità e potere nell’ecosistema online.

🧠 Nel web, nulla sembra davvero scomparire. Contenuti, dati, tracce, decisioni passate restano indicizzati, archiviati, replicati. L’oblio, che nel mondo analogico era parte naturale del tempo, diventa nel digitale una eccezione regolata, spesso difficile da ottenere e ancora più difficile da comprendere.

⚖️ L’oblio digitale non coincide con la cancellazione totale, ma con una gestione selettiva della visibilità: ciò che può essere de-indicizzato, contestualizzato, reso meno accessibile. Un equilibrio delicato tra diritto all’informazione, libertà di espressione e tutela della persona.

📊 Motori di ricerca, archivi online e piattaforme social svolgono un ruolo centrale in questa dinamica: decidono cosa resta visibile, per quanto tempo e in quali contesti. L’oblio diventa così una questione di governance algoritmica, non solo giuridica.

🤖 Con l’intelligenza artificiale, il tema si complica ulteriormente: modelli che apprendono da enormi quantità di dati possono “ricordare” anche ciò che è stato formalmente rimosso. La memoria digitale non è più solo un archivio, ma una struttura attiva di apprendimento.

🧭 L’episodio invita a riflettere su una domanda cruciale: in un ambiente che tende a ricordare tutto, chi ha il potere di decidere cosa può essere dimenticato? E a quali condizioni?

Perché nel Webbolario, comprendere il digitale significa anche interrogarsi sul valore dell’oblio, non come rimozione arbitraria, ma come elemento essenziale di equilibrio tra tecnologia, tempo e dignità umana.

La lettera Q apre una riflessione su un aspetto spesso rimosso dal racconto tecnologico: le quantità energetiche che rendono possibile l’esistenza stessa del digitale.

Il web appare immateriale, leggero, quasi etereo. Ma dietro ogni ricerca, ogni streaming, ogni interazione con un sistema di intelligenza artificiale, si muove una quantità concreta di energia, infrastrutture e risorse fisiche.

Nel digitale, l’energia è la condizione di possibilità: senza elettricità non esistono dati, cloud, piattaforme né algoritmi. Ogni bit è anche un costo energetico, ogni interazione una micro-trasformazione di energia in informazione.

La percezione di gratuità e immediatezza nasconde un consumo continuo. Più il digitale diventa pervasivo, più cresce la distanza tra l’esperienza dell’utente — fluida e invisibile — e la realtà materiale che la sostiene.

📊 Data center, reti di trasmissione, dispositivi personali e sistemi di raffreddamento costituiscono un ecosistema energetico globale. La crescita dell’intelligenza artificiale e dello streaming ad alta definizione sta ridefinendo la scala di questi consumi, rendendo il digitale una componente sempre più rilevante nei bilanci energetici mondiali.

Parlare di quantità energetiche significa anche interrogarsi sulla sostenibilità del modello digitale: quanta energia siamo disposti a consumare per l’efficienza, la velocità e l’automazione? E chi sostiene davvero questo costo, in termini ambientali e geopolitici?

Con l’IA generativa, la questione diventa ancora più evidente: addestrare modelli complessi richiede potenze di calcolo elevate e infrastrutture sempre più energivore. L’intelligenza artificiale non è solo una rivoluzione cognitiva, ma anche una trasformazione energetica.

L’episodio invita a guardare oltre la superficie del digitale per riconoscerne la dimensione fisica: comprendere il web oggi significa anche comprendere le sue metriche energetiche, le sue infrastrutture e le sue implicazioni sistemiche.

Perché nel Webbolario, leggere il digitale vuol dire anche renderne visibili i costi nascosti — e sviluppare una consapevolezza critica sul rapporto tra innovazione, consumo e responsabilità.

la lettera R apre una riflessione su una dimensione spesso trascurata nel racconto dell’innovazione: il rapporto tra digitale e territori.

Il web viene spesso descritto come uno spazio globale, senza confini e senza geografie. Ma la sua esistenza concreta si intreccia profondamente con le comunità locali, con le infrastrutture culturali e con i contesti sociali in cui prende forma.

🌍 Il digitale non vive nel vuoto: vive nei territori

Le regioni non sono soltanto perimetri amministrativi, ma ecosistemi culturali in cui conoscenze, competenze e relazioni danno senso all’innovazione. In questo episodio, la riflessione si sposta dal piano astratto della tecnologia a quello concreto delle comunità, dove il digitale diventa strumento di partecipazione, accesso e inclusione.

📚 Biblioteche pubbliche, università, centri civici e reti associative emergono come veri e propri presidi di cultura digitale. Sono luoghi in cui la trasformazione tecnologica si traduce in opportunità di apprendimento, alfabetizzazione e cittadinanza attiva, riducendo il rischio che l’innovazione amplifichi le disuguaglianze.

🧠 Parlare di regioni significa anche riconoscere che il digitale non produce automaticamente coesione: senza politiche culturali e infrastrutture sociali adeguate, può al contrario accentuare divari territoriali. L’accesso alle competenze, alle reti e alle opportunità resta infatti profondamente legato al contesto locale.

📊 In questo scenario, le istituzioni educative e culturali assumono un ruolo strategico: non solo come luoghi di trasmissione del sapere, ma come piattaforme civiche capaci di costruire comunità digitali consapevoli e inclusive.

🌐 Il web, dunque, non è soltanto uno spazio di connessione globale, ma una trama di relazioni radicate nei territori. Comprendere le regioni significa comprendere come l’innovazione si distribuisce, si adatta e prende significato nei diversi contesti culturali.

🧭 L’episodio invita a ripensare il digitale come infrastruttura sociale oltre che tecnologica: innovare non significa solo accelerare, ma anche costruire legami, rafforzare identità locali e favorire processi di sviluppo equilibrati.

🌱 Perché ogni trasformazione tecnologica diventa realmente sostenibile solo quando riesce a integrarsi con il tessuto culturale e sociale dei territori.

🎓 Nel Webbolario, leggere il digitale significa riconoscere che la sua forza non sta solo nella velocità o nella scala globale, ma nella capacità di radicarsi nelle comunità e generare valore condiviso.

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Enrico Bisenzi (UX Inclusive Designer)

Autorizzato eventualmente dalla mia istituzione - Accademia di Belle Arti di Roma - posso erogare corsi di formazione online e in presenza, analisi tecniche e supporto per conformarsi alla normativa vigente in tema design della comunicazione accessibile. Approdato all’Accademia di Belle Arti di Roma dopo aver insegnato in accademie pubbliche e private (Carrara, Bologna, Pisa, Firenze), come libera professione ha supportato numerose agenzie digitali in ambito SEO (Search Engine Optimization) e usabilità del digitale. Fra i primi in Italia ad occuparsi di inclusive design teorizzando l’esigenza di uno strumento di helpdesk per l’accessibilità per conto di INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Ricerca Innovativa), ancor prima che diventasse obbligo della normativa AGID (Agenzia per l’Italia Digitale). Ha contribuito dal 1999 ad oggi al restyling di decine di progetti di comunicazione digitale di rilievo fra i quali il primo portale online di libri Zivago per Giangiacomo Feltrinelli Editore, l'Ospedale Fondazione Istituto San Raffaele di Cefalù, un sito Web di Olimpiadi Internazionali, il portale del turismo del Comune di Milano, il sito Web del Comune di Firenze (e di altri comuni del circondario fiorentino), il sito Web personale del musicista Stefano Bollani, nonché di numerose agenzie assicurative di rilievo nazionale e di recente dei Teatri della Toscana. Sempre in tema Inclusive Design ha partecipato a progetti di ricerca quali ad esempio il manuale di sviluppo per produzioni di animazione, video e live digitali XS2Animation. Innamorato della Natura in tutte le sue forme cerca di coinvolgere le giovani generazioni nel riconoscere la biodiversità in ambito urbano attraverso gli Urban Nature Tours anche attraverso gli strumenti della comunicazione digitale che cerca di interpretare in maniera 'inclusiva'. Tutto i post realizzati sono rilasciati sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA Attribuzione – Non Commerciale – Condividi allo Stesso Modo.

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