Un fantastico progetto di ricerca in ambito AFAM ci ricorda come, in questa era di ossessione per le AI, bisogna porre la nostra attenzione sulla metodologia Responsible Design per poter rendere gli strumenti di intelligenza artificiale scientificamente e socialmente utili.
Ho potuto assistere di recente ad una bellissima restituzione dei risultati di ricerca del progetto Enacting Artistic Research (EAR) durante il quale la mia attenzione è caduta soprattutto sulla “piattaforma digitale °’°Kobi, realizzata come proof of concept dall’Accademia di Belle Arti di Roma (ABAROMA) e l’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM), per rendere la ricerca disponibile a livello internazionale” e che mi hanno onorato di poter testare.
Il valore principale di questa iniziativa scientifica risiede a mio parere sul principale messaggio culturale che veicola, ovvero sulla necessità di dare priorità alla selezione delle FONTI nella costruzione di sistemi di intelligenza artificiale (generativi e non solo) grazie all’adozione della metodologia di progettazione !Responsible Design – che vede appunto il designer rendersi responsabile di ciò che progetta, considerando le ricadute possibili sulla comunità scientifica e sociale che lo circonda e con cui interagisce, a cominciare dalla selezione delle basi di conoscenza che devono essere autorevoli e affidabili (e non “tossiche” e fuoriere di “allucinazioni” come spesso accade per le intelligenze artificiali generaliste).
Il fantastico team di ricerca – cito uno per tutte/i Andrea Guidi primo dottore di ricerca in Italia in ambito AFAM – ci offre un’interfaccia composta da 4 box e basata su fonti appartenenti a 4 istituzioni accademiche prestigiose europee tra cui l’Accademia di Belle Arti di Roma :
- un chatbot conversazionale per esplorare il materiale informativo basato su gem di Gemini (Google);
- un altro box Lexicon in cui poter esplorare le espansioni lessicali della nostra ricerca documentaria in atto e…
- vedere gli argomenti approfonditi nell’apposito box Clipboard (in realtà tutti e 4 gli strumenti di navigazione della conoscenza sono in connessione tra loro);
- un knowledge space grafico in cui nodi di conoscenza vengono rappresentati apparentemente sotto forma di rete neurale interattiva (posso cliccare su ciascun nodo per approfondire l’argomento di ricerca così come rendermi conto di come gli argomenti sono connessi tra di loro).
In definitiva uno strumento preziosissimo per la comunità scientifica europea che potrebbe/diventare un must per ricercatori, studenti e docenti alla ricerca di strumenti e metodologie “responsabili” per formare le giovani generazioni in maniera “socialmente utile”.

Tutto oro quel che luccica? Non proprio perché esistono diverse criticità da superare per poter dare un futuro e un’implementazione vera e propria a questa bellissima intuizione di ricerca:
- grandi dubbi e paure su come potrà continuare ad essere finanziata questa attività di ricerca finiti i fondi PNNR che hanno fatto nascere molti phdhd in ambito AFAM;
- scarsa attenzione di questa interfaccia, come delle altre etichettate EAR, all’!Inclusive Design ovvero alle esigenze delle persone con disabilità;
- qualità e pertinenza dei risultati non impeccabili ottenuti tramite interrogazione (a riprova non emerge molto e neanche tutte le attività in tema inclusive arts che sono state organizzate in ABA Roma dopo la mia interrogazione “tell me if you found materials about the following topics: inclusive design, inclusive arts, accessibility, accessibilità” );
- se ricerca europea deve essere allora si potrebbe fare riferimento alle AI sviluppate in Europa;
- kobi si nasconde agli occhi del top-ranking dei motori di ricerca ma anche delle AI overview anche per la scelta di un naming inflazionato;
- si nasconde agli occhi del pubblico che non sa e non può sapere di Kobi, delle sue giornate di presentazione che hanno visto una partecipazione modesta e in alcuni casi distratta; in pochissimi dei partecipanti si sono chiesti cosa significasse “Kobi” !?! e ringrazio invece i ricercatori pubblici che mi hanno spiegato essere un’abbreviazione di un’espressione in lingua greca che significa “stare insieme”.
Peraltro, nella stessa sala interattiva del progetto kobi, una delle tante installazioni presenti (alcune basate su realtà aumentata e virtuali) ci ricordava come l’ATTENZIONE è “una specie in via d’estinzione” ed allora bisogna conquistarla questa attenzione, non solo l’attenzione dei decisori politici, interagendo efficacemente con tutta la filiera della comunicazione digitale riuscendo efficacemente ad informare chi non sa cos’è kobi ma che ricaverebbe grandi benefici, da “kobi”, in quest’era di emergente utilizzo delle AI…
