Sull’inutilità dei punteggi algoritmici

Gli algoritmi comandano la nostra quotidianità ed anche attività professionali ma, spesso, senza nessuna motivazione scientifica: il caso emblematico dell’accessibilità digitale.

Velocità della pagina Web? Performance delle campagne adwords? Tutti inginocchiati pedissequamente all’algoritmo di turno (spesso di Google) che attesta (?!?) la bontà del nostro operato. Alle riunioni, ai pranzi di lavoro tutti a rivendicare semaforini verdi o punteggi ottenuti al 100% (ahimé oltre non si può andare ed il nostro orgoglio deve avere un limite espressivo) senza pensare che forse sarebbe più opportuno implementare meccanismi di auto-valutazione ed ancor meglio test e procedure di ascolto coinvolgendo il nostro target di riferimento (oltre ovviamente a misurare conversioni e risultati REALI).

Anche su questo mi trovo tremendamente in minoranza come pensiero, lo ammetto: soffro tantissimo di questa mia incapacità di rivendicare un approccio letteralmente sganciato da automatismi di controllo ma continuo a credere nella capacità creativa, analitica, progettuale dell’essere umano superiore a qualsivoglia intelligenza artificiale ed è per questo che mi ha fatto molto piacere leggere il resoconto di uno sviluppatore austriaco (specializzato anche in accessibilità Web) che si è divertito a realizzare una pagina del tutto inaccessibile caratterizzata da attributi che l’hanno resa invisibile, non contrastata, non utilizzabile da tastiera e mouse, non utilizzabile da tecnologia assistiva (screen-reader),  illeggibile eppure ottenendo dal sistema di controllo Lighthouse di Google Chrome (che utilizza il motore axe-core) un punteggio pieno (100!).

Ci tiene, l’apprezzato sviluppatore, a ribadire che tutto ciò non è un attacco diretto od  una forma di denigrazione di strumenti come quelli citati che peraltro risultano molto utili nell’identificare in maniera veloce elementi di criticità eventualmente presenti in una pagina Web – e Lighthouse, ricordo, si occupa anche di svariati altri aspetti di analisi di possibili performance – ma un modo di rivendicare la superiorità umana nella capacità di analisi di situazioni complesse rispetto a qualsivoglia algoritmo (per ora…).

 

Published by:

Avatar di Sconosciuto

Enrico Bisenzi (UX Inclusive Designer)

Approdato felicemente all’Accademia di Belle Arti di Roma dopo aver insegnato in accademie pubbliche e private (Carrara, Bologna, Pisa, Firenze), come libera professione ha supportato numerose agenzie digitali in ambito SEO (Search Engine Optimization) e usabilità del digitale. Fra i primi in Italia ad occuparsi di inclusive design teorizzando l’esigenza di uno strumento di helpdesk per l’accessibilità per conto di INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Ricerca Innovativa), ancor prima che diventasse obbligo della normativa AGID (Agenzia per l’Italia Digitale). Autore del libro INCLUSIVE DESIGN per i tipi dell'Apogeo è alla continua ricerca di soluzioni di inclusive design: in tempi recenti ha convinto Google a modificare l'interfaccia di Google Trends a favore delle persone daltoniche sottoponendo il concept idea C:O:L:O:R:S. prototipato con un sistema di intelligenza artificiale. Il continuo confronto con i suoi studenti sulle modalità espressive inclusive lo ha portato a realizzare l'inedita INCLUSIVE ARTS GALLERY in continua evoluzione. Innamorato della Natura in tutte le sue forme cerca di coinvolgere le giovani generazioni nel riconoscere la biodiversità in ambito urbano attraverso gli Urban Nature Tours anche attraverso gli strumenti della comunicazione digitale che cerca di interpretare in maniera 'inclusiva'. Tutto i post realizzati sono rilasciati sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA Attribuzione – Non Commerciale – Condividi allo Stesso Modo.

Categorie accessibilità,AITag , , 2 commenti

2 pensieri su “Sull’inutilità dei punteggi algoritmici”

Lascia un commento